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Domenica 20 settembre 2020 - 20:32

REMO BODEI E LA FILOSOFIA NELLA VALIGIA (UNIONE SARDA)

 

Cagliari, 28 nov 09 (L'Unione Sarda) - Un collega dell'Ucla, l'Università di Los Angeles dove insegna da cinque anni, lo ha definito il meno peninsulare dei filosofi italiani, intendendo dire che non è provinciale. «È vero: ma solo perché sono il più insulare. Sono sardo». A Cagliari, nella sua città, Remo Bodei, ritenuto uno dei grandi filosofi contemporanei, è tornato per una serie di lezioni agli allievi della facoltà di Lettere e Filosofia. A invitarlo Vanna Gessa Kurotschka, ordinario di filosofia morale, nell'ambito del programma “Visiting Professor” finanziato dalla Regione. Tema degli incontri con gli studenti, e della lectio magistralis tenuta giovedì in Rettorato, “I paradossi del tempo e della memoria”. Un tema intrigante che Bodei, accolto dal preside Roberto Coroneo e da molti colleghi dell'Ateneo, ha svolto da par suo. Mettendo in luce la sua visione multidimensionale delle cose: che è cultura del dubbio, capacità di rapportarsi agli altri. Di rovesciare punti di vista e certezze assolute.
Professore, oggi si parla tanto di filosofia, qual è il suo ruolo?
«Quello di sempre, trovare un orizzonte di senso. Veniamo al mondo senza saperlo e volerlo, siamo costretti a vivere una vita entro confini spazio-temporali ridotti. La filosofia ci mette in contatto con ciò che si è pensato e sentito negli ultimi 2500 anni, ci rende più sensati».
Ma che cosa è la filosofia?
«È lo sforzo collettivo di tante generazioni di trovare risposte a domande ineludibili. La filosofia procede attraverso integrazioni, una non cancella l'altra».
La cito: “la filosofia moderna guarda avanti e non in alto...”. Che cosa significa?
«Nel momento in cui la religione cristiana ha perso due pilastri - l'idea della immortalità dell'anima e quella della Provvidenza - e gli uomini sono diventati capaci di guidare il processo storico, ecco che anziché guardare in alto guardano avanti aspettando progressi dall'umanità. Talvolta per la verità si guarda in alto, ma non in maniera decisa. Troppo spesso la religione viene vista come una contrassicurazione, o una moda. Insomma, è uno sguardo a mezz'asta».
Questa estate ha partecipato da filosofo a una crociera nel Mare Egeo, un viaggio dello spirito davvero insolito...
«L'iniziativa ha avuto un grande riscontro, ogni giorno un'ottantina di persone seguivano le mie quattro ore. Anziché scendere a terra e fare shopping mi riempivano di domande. Ho fatto un ciclo di incontri sulla navigatio vitae , sulla analogia tra la nostra vita che attraversa il mare dell'esistenza, senza rotte prefissate, e il viaggio. Viaggio viene dal provenzale viagen , viaticum , le cose che ti porti dietro e ti sostengono. L'inglese travel viene dal francese travail , lavoro, e dal latino triparium , strumento di tortura. È una bella differenza».
Federico Rampini nel suo recente “Slow Economy” sostiene che noi occidentali un po' depressi dovremmo prendere esempio dall'Oriente che investe più sulla qualità che sulla quantità e non confonde la fretta con la velocità...
«Gli economisti stanno cambiando il loro orizzonte d'azione. Prima si guardava alla massimizzazione, ora si scopre che le scelte umane non sono legate soltanto all'interesse, che a pesare sull'economia ci sono fattori di tipo affettivo-tradizionale. È un mix che non riflette più l'idea di un homo economicus che va verso una sola direzione».
Rampini suggerisce di sostituire come indicatore del benessere al Pil (prodotto interno lordo) il Fil (felicità interna lorda)....
«Anche io credo che il Fil debba essere l'indicatore reale, ma se si muore di fame non funziona. La felicità non si impone a comando, ci vuole una base di benessere e di sicurezza. Si può far molto. Cambiando stile di vita, cercando di prendersela comoda col tempo».
Anche l'era digitale cambia il rapporto col tempo...
«Indubbiamente. E cambia anche il rapporto con gli altri. Pensiamo a Facebook. Io credo con Aristotele che un eccesso di relazioni porti alla povertà delle relazioni. Molti amici, nessun amico».
Il suo studio sulla geometria delle passioni delinea un mondo in cui gli uomini sappiano sfuggire alle “servitù volontarie” e diventare persone a più dimensioni, dotate di senso critico. Né “io mongolfiera” né “animali d'allevamento”. Questa è la sfida dell'uomo moderno?
«È una delle tante: l'egocentrismo e l'edonismo degli anni Ottanta hanno ceduto il posto a un'epoca di crisi che non dà spazio alle mongolfiere... Ora le persone sono più gregarie ed è sempre più difficile pensare con la propria testa. Guardiamoci intorno: oggi si tende ad affidarsi a poteri superiori, a rinunciare all'iniziativa individuale. Domina a destra come a sinistra l'acriticità, e l'individuo non si sente più protagonista».
È un mondo diverso e più fragile... Siamo al tramonto dell'Occidente?
«Direi di sì. L'Occidente mi sembra dominato dalla paura, l'Islam dal rancore, Cina, India e Brasile, nonostante tutto, dalla speranza. Una vignetta dell'Herald Tribune sulle recenti nomine europee era dedicata “al presidente ignoto”. La verità è che gli stati forti non vogliono un presidente forte. Così, 470 milioni di europei per 27 paesi che vanno dalle Azzorre a Cipro e dal Circolo Artico a Malta si ritrovano ad avere un Pil più alto degli Stati Uniti, ma una politica debole e una potenza militare inesistente».
Che cosa è la vita “a bassa tensione”?
«È sottovivere, adagiarsi, non farsi valere come volontà esistenziale. Tra un vidiri e uno svidiri, direbbe Camilleri, non vedi niente. L'economista Amartya Sen si è chiesto come sia possibile che la gente da un lato non si ribelli, dall'altra non cerchi qualcosa di meglio. Hanno ammazzato la speranza, una buona parte dell'umanità rotola verso il basso. Noi si banchetta in una foresta assediata, ma i sensi di colpa individuali servono a poco... Ci vuol altro».
Nel suo ultimo saggio “La vita delle cose” lei distingue tra cose e oggetti: sostenendo che le prime hanno un'intenzione, i secondi sono inerti. Significa che viviamo meglio se ci rapportiamo alle cose?
«Certo. Gli oggetti hanno un puro valore d'uso e di scambio, le cose sono stratificazioni di senso, cosa viene da causa. È un po' come l'amore, che non deve essere né possesso né indifferenza».
Il prossimo libro?
«È dedicato all'ira, per la collana del Mulino sui vizi capitali. Affronto le passioni tristi in senso spinoziano, cerco di capire l'ambiguità di un sentimento che fa soffrire ma anche gioire... Ne ho altri due in cantiere da una quindicina d'anni: uno sugli ospiti della vita, l'altro sulla vita degli altri: come la immaginiamo, come riusciamo a legarla alla nostra. Al contrario di Rilke non credo a un io simile a un nocciolo, credo sia un nodo sempre ricomposto, un ritagliarsi di rapporti sociali: non mongolfiera ma cantiere aperto».
La sua idea di identità?
«C'è quella naturalistica (le radici), quella che glorifica ciò che siamo diventati, e quella simile a una corda che intreccia diverso fili. L'identità è l'arte del tessitore che mantenendo fermo il suo filo lo mischia con quello degli altri».
MARIA PAOLA MASALA